Inchiestagram
Cos'è inchiestagram?
inchiestagram è il mio profilo personale, che sembra una banalità ma voglio dire che non è "una pagina di meme". Fino al 2016, instagram era un posto pettinatello per shitpostare, e infatti al massimo mettevo qualche foto, e il profilo si chiamava "daniele zinni"; poi sono arrivate le stories, le persone hanno iniziato a fare i video brutti sgranati mbriachi di notte e lì ho pensato "oh bene", e ho iniziato a improvvisare delle finte inchieste video (da cui il nome). Nel 2020 ho iniziato a postare qui i meme che già postavo sul mio profilo Facebook e ho visto che funzionavano, prendevano tipo SETTANTA like. Da allora sono arrivato a 12mila follower, solo che ora è gente che non conosco e non so cosa vuole e quindi posto pochissimo perché sono un po' in imbarazzo. Una volta ho provato a cambiare la bio in "Un progetto editoriale di Daniele Zinni", per non percepirlo come il mio profilo ma come una cosa che faccio, ma tempo due ore un mio amico mi aveva già preso per culo.
Inchieste di che tipo? E, aggiungo, perché ne sai così tanto di meme da essere uno che fa saggi sui medesimi? Vogliamo citarli già che ci siamo
Per esempio, in un'inchiesta ero a Parco Lambro a Milano e raccontavo che era un quartiere all'ultimo stadio della gentrificazione, perché ora anche gli hipster erano stati cacciati via ed erano arrivati gli alberi; oppure ero a un mercatino dell'usato e raccontavo che tutte le abat-jour erano busti del Duce modernisti (il che m'indignava molto); oppure ero al molo di San Vito (CH) e davanti al mare raccontavo che quello era il Seveso esondato; e così via. Ogni tanto rifaccio ancora video simili, come quando sono andato in giro per il centro di Torino ma dicevo di essere a Teheran e lodavo il coraggio di tutte le donne che andavano in giro senza velo. È la poetica del fraintendimento sistematico, direi: sono sempre incerto delle mie analisi, e così ne faccio di volutamente sbagliate per andare finalmente sul sicuro.
Quanto ai meme, ho iniziato a farne nel 2014; dal 2018 mi sono ritrovato a farne anche per lavoro, ogni settimana, perché curavo i social di Treccani con l'agenzia dieci04. Il pubblico mostrava di apprezzare gli usi più layerati dei personaggi e dei template, i riferimenti a lore particolari, e per me è diventato per un po' un gioco al rialzo, fare meme più elaborati rispetto ai negozi di elettronica e alle piattaforme di streaming. Mi sembrava appropriato, che un'istituzione culturale cercasse di alzare l'asticella del linguaggio memetico. Solo che io le cose che mettevo nei meme non sempre le sapevo da prima: dovevo passare una quantità di tempo a studiare, costruire immagini e didascalie, esplorare gruppi specifici di cui citare i meme. Ho avuto quel lavoro fino a fine 2022; nel frattempo ho iniziato a usare le conoscenze che avevo acquisito per scrivere di meme sulle riviste e per parlarne in pubblico (online e offline); nel 2023 poi ho scritto "Meme del sottosuolo" per Einaudi
Quanto tempo stai sui social? Hai una sorta di dipendenza? Hai strategie per venirne fuori?
Dipendenza, no: sto benissimo anche senza. Però ho una compulsione fortissima ad andare sui social quando sono davanti al computer e sto facendo qualcosa che non mi piace, tipo lavorare: ogni volta che incontro la minima difficoltà, stanchezza o noia, cioè centinaia di volte al giorno, mi ritrovo su instagram o telegram (che uso anche per lavoro) senza nemmeno accorgermene. Negli ultimi due decenni ho sviluppato innumerevoli strategie per concentrarmi, nessuna delle quali ha mai funzionato per più di uno o due giorni. Di sicuro, la mia compulsione aumenta se posto, perché mi viene da andare a controllare le notifiche, quindi alcune cose di base sono non installare le app ma usare solo il browser, ricordarmi di programmare i post per dopo le 18 o per il fine settimana quando non mi viene da tornare sui social a vedere quale accoglienza ricevono i miei contenuti, non commentare, non mandare DM.
Poi però se mi viene in mente una cosa divertente e non la posto mi sento come se avessi perso un'occasione, oppure se partecipo a un evento mi pare giusto condividere i materiali degli organizzatori, e quindi alla fine in un modo o nell'altro tocca starci.
Parlo per me, io sento che mi ruba la vita questa cosa. Se penso alla salvezza mi immagino i prati e i giri in bici, ma non è che quella roba ti salva. La tua vita è più insipida coi social (o meglio i social è come se fossero acciughe e la vita poi sembra insipida)?
Se devo essere sincero, prima di tutto con me stesso, non ho un buon rapporto con l'incertezza, quindi di base non sono mai stato uno da vita proprio saporitissima, e più passa il tempo e meno lo sono. Ormai mi basta anche poco a salvarmi: far andare il cervello su qualcosa che mi interessa, leggere un fumetto, passare del tempo con selezionati amici, vedere un posto nuovo, e mi piacerebbe camminare in montagna ma mi fa male un piede da circa otto mesi e non so quando me la sentirò di nuovo di fare qualcosa di minimamente impegnativo.
I social per me sicuramente sono stati e ogni tanto sono ancora una fonte di adrenalina, sì, ma un'adrenalina che mi agita e deprime, perché quello che cerco nei social è l'ebbrezza di compararmi costantemente col giudizio morale degli altri, ed è logorante tanto quanto compararsi con i successi degli altri o i corpi degli altri.
Il caso standard è che io apro instagram e vedo una persona che dice "se non ti interessi dei mali del mondo sei un pezzo di merda", e io i mali del mondo ho sempre cercato di schivarli, altro che interessarmene, salvo proprio qualche periodo di buona volontà in cui comunque non sono riuscito a combinare niente di utile, perché i mali del mondo mi impauriscono e mi intristiscono e mi fanno arrabbiare e io nella vita ci tengo a provare meno possibile paura o tristezza o rabbia, e in automatico penso che ragionino così anche gli altri, alla si salvi chi può, ma poi la realtà mi mostra continuamente casi in cui a prevalere sono la solidarietà e l'ingegno delle persone che si fanno forza e allegria a vicenda, e io ogni volta resto esterrefatto ma non riesco a fissare questa verità nella mia visione istintiva del mondo, e così mi sento effettivamente un pezzo di merda e ci sto male. Quando sto senza social, incontro meno giudizi morali, e devo dire che sto meglio.
Perché è così importante l'autenticità?
L'autenticità è un criterio di verità che ci permette di muoverci nel mondo: se pensiamo che una persona sia autentica, pensiamo che il modo in cui si comporta coincida con ciò che crede e desidera, senza secondi fini; questo ci permette di fidarci di quella persona e di abbassare la guardia con lei. A nostra volta, sappiamo che se gli altri ci riterranno autentici si fideranno di noi (il che ci gratifica e ci permette anche di ottenere vantaggi reali). In un mondo piccolo, ti basta che a essere autentici siano i tuoi amici e la persona con cui hai una relazione; gli altri, tipo il medico, il prete, il commerciante, il giornalista, sai che hanno una deontologia professionale e che devono attenersi a certi standard e controlli, per cui di base ti fidi, almeno fino a quando non vengono fuori prove del contrario (es. beccano il fruttivendolo a truccare la bilancia per far pagare di più i clienti, scoprono che il dentista non si è mai laureato).
In un mondo grande, cioè coi mass media e poi con internet, tutti cercano di venderti qualcosa, da Pippo Baudo che serve a tenerti in tv fino a guardare la pubblicità fino all'attivista su Instagram che ti deve vendere i suoi libri, passando per le squadre di calcio e gli influencer di cosmetici, e per venderti le cose devono farsi passare per autentici, perché devi abbassare la guardia e arrivare a pensare che i consigli che ti danno siano equivalenti a quelli che ti danno i tuoi amici, cioè disinteressati. Quindi oggi non l'autenticità ma la performance dell'autenticità, il teatro dell'autenticità, è importante perché è il lubrificante di relazioni che altrimenti sarebbero piene di attriti e diffidenza.
Questa risposta è una versione mooolto condensata e imprecisa di cose su cui mi è capitato di riflettere più diffusamente in "Meme del sottosuolo" e in alcuni articoli sul tema dell'autenticità che si trovano online, per chi vuole approfondire.
E assieme a questo, cosa pensi della Verità con la V maiuscola. Io è un periodo della mia vita a cui sto dando molta importanza a questo concetto. Però la sento un po' come l'anima, ma non mi voglio spiegare. Vorrei prima la tua risposta con la tua interpretazione della verità
Non so se è una cosa con cui traffico molto, la Verità. Forse la Verità per me è proprio che ci vorrebbe un certo spazio, a livello personale e collettivo, per le verità degli altri, che sembra un po' un gioco di parole del cazzo ma mi sembra che possa essere la Verità proprio perché mi resta difficile da concepire e da praticare, quando trovo irritanti certe visioni del mondo, ed è così che mi immagino la Verità, relativa al metodo più che al merito, inafferrabile una volta per tutte, e sostanzialmente orientata al fatto che bisognerebbe essere persone di buon carattere, una cosa che più passa il tempo e più sento che mi scivola via, perché ho più fretta, più paura di morire, più voglia di levarmi degli sfizi che finora non mi sono levato. Però sarei anche curioso di capire cosa ne pensi tu, così magari mi sintonizzo meglio sul tema.
Eh, diciamo che per me la verità emerge in contrasto alla menzogna. Che tu sei convinto di una cosa e poi arriva la verità. Che può essere pensavo di essere eterossessuale e in realtà sono omossessuale o pensavo che l'energia non fosse quantizzata e invece, cazzo, l'evidenza dei fatti mostra che è quantizzata. Per me è quella cosa che viene fuori nonostante tutto. È per questo che te ne parlavo dopo il discorso dell'autenticità. La verità è nemica dell'imitazione e, forse, anche dell'AI, perché l'imitazione mostra la menzogna in quello che lì per lì sembrava verità. Penso che sia anche il motivo per cui siamo malati di originalità, perché nel momento in cui io dico la Verità e un altro ripete la mia stessa frase quella non è più verità.
Confermo che l'energia è quantizzata. (Non so cosa voglia dire.)
Provo a seguirti però sono un po' confuso. La mia impressione, da quello che dici, è che se l'imitazione mostra la menzogna, allora della verità è la migliore amica, no? Ne è tipo il mezzo, perché la rivela, per contrasto con la menzogna di cui svela la natura. L'imitazione però non so se "mostra" la menzogna: in quanto imitazione dovrebbe essere uno specchio, quindi evidenziare verità e menzogne insieme. A farci notare più le menzogne che la verità, in ciò che rispecchia, è la nostra insicurezza (se a essere imitati siamo noi, che appunto di autenticità abbiamo bisogno come capitale per vivere in mezzo agli altri) oppure la nostra voglia di punire gli altri che non sono stati autentici (se a essere imitati sono altri).
Quello che voglio dire forse è che la verità è tipo la rugiada del mattino che c'è in una cosa originale, perché in quel momento c'è. Se la lasci lì troppo tempo evapora e non lantrovi più. Trovi solo un mucchietto di artefatti e umani o informatici.
Il motivo per cui evapora è che la verità è una cosa viva e se la lasci lì muore.
Ma è chiaro che mi sto incartando. Quando ti giochi le metafore inizi a fare il figlio di puttana.
Hai mai fatto qualcosa di estremamente fisico? Tipo una corsa terribile o menato qualcuno?
Penso di aver preso a pugni solo due persone in vita mia e comunque non è mai stata una cosa che direi estrema: una volta, in seconda media, credo di aver reagito male a una qualche provocazione verbale di un altro mio coetaneo con cui prendevo l'autobus, e ricordo vagamente di essermi buttato su di lui e di averlo "menato" (non gli ho fatto niente); qualche anno dopo, penso intorno ai 14 anni, ci siamo messi a tirarci dei pugni io e un mio amico perché avevamo freddo.
Di corse terribili ne ho fatte tante nel senso che correvo (e marciavo) a livello agonistico, fra i 12 e i 17 anni, quindi di volte in cui anche avendo corso solo 600 metri sono arrivato morto ce ne sono state parecchie. Le corse più lunghe, tipo quando facevamo le 10 km su strada in estate sotto al sole, comunque non erano tanto tremende per me quanto le corse campestri da 2 km d'inverno in provincia dell'Aquila in mezzo al fango, che se cadevi gli altri ti passavano sopra con le scarpette chiodate. Bei ricordi.
A proposito di abruzzo, ricordo che un qualche cantante ha vissuto nella tua camera quando è venuto. Sbaglio?
Uuuuh qui dipende: è una cosa che ti ho raccontato io? Di musicisti che sono stati a casa mia a Lanciano, sono passati i Kafka on the Shore un paio di volte, e la seconda volta c'era con loro anche Jambo, che all'epoca era nel giro dello Stato Sociale (non so se lo sia ancora, non so nemmeno se esiste ancora lo Stato Sociale - pun not intended) però mi sembra anche strano che sia capitato di parlartene
O è qualcos'altro che non ricordo?
Avevo visto un tuo post su instagram ed era un'artista internazionale tipo patti smith, può essere? E perché sono passati a casa tua? Aggiungo che cazzo facevi in abruzzo? Cos'hai studiato? Ora sei a Torino come ci sei finito? Ti piace Torino?
Aaaaaa no no adesso ho capito: avevo visto questo
post di Patti Smith che diceva di essere a Pescara (o Ancona, in realtà non si capiva bene dove fosse stata scattata la foto) e l'ho condivisa in una story scrivendo "Pazzesco, Patti Smith a Pescara (nella prima casa in cui ho vissuto, credo; io non la ricordo, ma la foto mi parla)", però non ero serio, era solo per dire che quella stanza d'albergo (presumo) aveva delle fortissime vibe anni Ottanta, le stesse che vedo nelle foto di quando avevo un anno e vivevo coi miei genitori a Pescara.
In Abruzzo ci sono nato e cresciuto e ci ho fatto le scuole (a Lanciano, perché da Pescara ce ne siamo andati presto). Sono molto legato a Lanciano e ci torno spesso, e al 90% i miei amici stretti sono gli stessi che avevo alle superiori, anche se ormai siamo tutti sparsi in giro per l'Italia. Per l'università sono andato a Milano a studiare economia per le arti, ma mi sono trovato molto male, e infatti ho mollato dopo la triennale. Poi ho fatto lavori vari tra giornalismo, traduzione e comunicazione per dieci anni (tre e mezzo a Melbourne, tre e mezzo di nuovo a Lanciano, tre a Milano).
Poi mi hanno offerto di collaborare con un'agenzia di comunicazione a Torino e mi sono trasferito qui, e ci sono rimasto anche quando ho iniziato a lavorare per un'agenzia diversa, che non è a Torino ma vicino Verona. Torino mi piace abbastanza, giro volentieri il Piemonte, se poi devo essere proprio sincero io ci penso alla possibilità di tornare a Lanciano, rifarmi le passeggiate solitarie che mi facevo durante il secondo lockdown in mezzo alle campagne, stare in un posto dove un po' della gente mi frega, poi chissà, magari torno e scopro che non mi fregava o comunque continuo a non capire come rendermi utile.
Io francamente, nonostante l'età, non ho ancora capito cosa fare da grande e penso che sia una cosa sana, ma d'altro canto mi sento anche manipolato dall'esterno su questa sensazione. Tu cosa vuoi fare da grande?
Difficile a dirsi. A 22 anni ricordo di aver pensato "ho finito di studiare, ho un lavoro a tempo pieno, quindi questa è la mia vita da adesso in poi", e sarebbe stato corretto ma poi ho perso quel lavoro; ora ho praticamente quarant'anni e sono di nuovo in quella situazione, di avere il lavoro e scrivere le mie cosette nel tempo libero, e l'unica speranza è di mantenere abbastanza stabilità da continuare a scrivere, che è una cosa senza la quale non voglio stare, perché altrimenti non so cosa mi alzo a fare al mattino.
Scrivi solo saggistica o anche altro?
A lungo ho scritto principalmente racconti e testi umoristici, occasionalmente testi per teatro e cose più "sperimentali" (tipo testi fatti incollando insieme pezzi di altri testi, che sarebbero stati sperimentali davvero negli anni Sessanta, ma ora non saprei come definirli). È stata un po' un caso, questa cosa dei saggi (del saggio, anzi, ché finora è uno solo, a meno di non considerare anche alcuni articoli lunghi), però mi ha dato delle soddisfazioni e mi sono detto che per una volta nella vita potevo insistere nel fare una cosa anziché mollarla alla prima difficoltà. E così sto insistendo su quello. Prima o poi mi piacerebbe tornare a scrivere anche cose di finzione.
Mi puoi raccontare la cosa di cui sei più orgoglioso? Quali sono gli artisti di ispirazione? Vai spesso a teatro?
Difficile dire una cosa sola, non perché tutte mi siano venute bene ma perché in molte, quando le rileggo, e a volte persino negli articoli, trovo un qualche passaggio di cui mi dico "incredibile, come mi è venuto questo giro di frase? da dove ho preso questa intuizione?" e penso che non sarei in grado di rifarli. Invece alcune cose di cui ero molto orgoglioso in astratto, perché proprio l'idea di fondo mi sembrava geniale, poi a rileggerle lasciano a desiderare, e penso che avrei dovuto insistere e farne altre sulla base della stessa idea, ma sono sempre stato poco costante.
L'ispirazione la cerco in figure diverse di volta in volta, a seconda di quel che mi serve o che proprio mi manca: Stendhal leggeva il codice civile per poi riuscire a scrivere d'amore, io capita che mi rilegga Altan o Paolo Nori o Andrea Pazienza per imparare a smollare sul linguaggio, oppure che ripensi ad artiste mie amiche come Lorenza Natarella o Holly Heuser per ritrovare la disciplina, o che rilegga Emanuele Atturo per la sua capacità di tirare in ballo conoscenze diversissime nel raccontare storie di sport, o che riascolti Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show o l'ultimo album di Caparezza se ho bisogno di ridarmi una botta di autostima. Scrivere è un processo lungo, soprattutto per me che sono lentissimo, quindi nel mezzo poi capita di tutto, leggo vedo ascolto, e alla fine mi rendo conto che l'ispirazione serve più a me per essere dell'umore giusto, che non per una vera e propria questione di tecnica. A teatro purtroppo non ci vado granché, spesso sarei curioso di vedere cose che danno a Milano o in giro per l'Italia, ma se per uno spettacolo mi se ne deve andare mezza giornata e 100 euro, è un po' fuori budget, e finisco per leggere un fumetto o guardare un film.
A proposito di letture fumetti ecc... chi ti leggi? E, pistola puntata alla tempia, qual è il tuo libro preferito? Musica?
Negli ultimi anni sto rileggendo cose che avevo letto quand'ero più piccolo/giovane oppure recuperando cose che mi ero perso. Cose tipo The Filth di Grant Morrison, Planetary di Warren Ellis, Blast di Manu Larcenet, Clyde Fans di Seth. Ora sono sulle storie di Corto Maltese; l'ho letto da bambino la prima e ultima volta, chissà cosa ci avevo capito. Un libro preferito in teoria non ce l'ho, ma diciamo che se dovessi restare solo con quel libro per sempre direi una cosa tipo Il Castello di Kafka o Locus Solus di Roussel, che te li puoi rileggere all'infinito e interpretarli ogni volta in un modo diverso. Musica non ne ascolto, tranne qualcosa per automotivarmi prima di scrivere, ogni tanto, tipo i Baustelle o appunto Caparezza. Per il resto, al massimo metto compilation casuali anni Novanta di youtube in sottofondo mentre lavoro. Ultimamente sto leggendo i fumetti su La fine del mondo, la rivista che esce col Manifesto, e Absolute Batman, ma il giudizio su queste è ancora in sospeso.
Cosa ne pensi della scena meme italiana? In che modo si differenzia da quella internazionale?
Una cosa che mi è sempre sembrata notevole è che in Italia c'è mediamente un approccio più autoriale: già su Facebook, dove non era inevitabile come lo è diventato su Instagram, ognuno ha il suo stile, ci tiene a non farsi "rubare" i meme (tipicamente realizzati usando immagini di cui non possiede il copyright - un po' un controsenso, se ci pensi), e si rende riconoscibile come può. Ci sono invece relativamente poche pagine che ripostano meme italiani che circolano online e di cui sarebbe pure difficile ritrovare un autore/autrice. Anche nel mondo anglofono (e quindi a livello globale), ci sono pagine che postano solo opere proprie, ma mi sembra che in proporzione siano meno.
E questo è un bene o un male? Aggiungo, ci sono domande che non ti ho fatto in questa intervista e avresti voluto ti facessi?
Secondo me, l'approccio autoriale ammazza un po' il senso dei meme, nel senso che se io prendo una cosa che gira, la modifico e ci aggiungo un effetto visivo che uso solo io, e magari ci metto pure una firma, quel meme poi non può più essere ripreso e modificato, perché sembrerebbe una presa in giro verso di me piuttosto che una libera aggiunta alla catena dei meme. Detto questo, non è un bene né un male, nel senso che ognuno fa quello che vuole, sotto le pressioni sociali che sente, e poi tocca fare i conti con quello che viene fuori. Sarebbe bello pensare che tutti facciano l'arte per l'arte, ma come potrei avere una cattiva opinione di chi vuole fare i meme a tempo pieno e farsi pagare per farli? Speriamo solo che non li usino per spingere delle truffe online o cose del genere, ecco. Le domande secondo me sono già abbastanza, non saprei cos'altro dire - e se qualche lettore avesse altre domande da farmi, sono facile da contattare.
Va bene Daniele ultima domanda, fumi ancora?
Molto raramente


Ho scrollato Sub, ho visto l'articolo: "O cazzo... Piastrelle ha scritto un articolo lungo, non so se sono pronta"
Mi aspettavo di tutto tranne che parlassi dite.
Sono Contenta che tu abbai parlato di te.
A metà mi sono accorta che ero solo metà, poco dopo ho notato che stavo leggendo un'intervista e non un lunghissimo monologo e dal sentirmi l'amico sulla sedia bianca di plastica alle tre di notte accanto a quell'amico che non parla mai di se e che ha cominciato dicendo: "Sai, pensavo..." ho cominciato a sentirmi la tipa all'appuntamento con il ragazzo performativo; poi è diventato catartico, poi ho capito che sei praticamente mio padre (non in senso memistico, sorry) e che guardate il mondo con gli stessi occhi e allora ho capito che un pochino già ti conoscevo.
Grazie.